Il restauro

Nel 1320 Guido Tarlati, vescovo e futuro signore della città, commissionò uno splendido dipinto dedicato alla Vergine per la Pieve di Santa Maria a Pietro Lorenzetti, uno dei più celebri artisti del tempo. Il contratto per la realizzazione dell’opera specificava nel dettaglio le misure, il tema da raffigurare, i colori preziosi per dipingere e la caratura dell’oro, tutto senza risparmio di mezzi. Le cinque grandi pale del polittico erano originariamente munite di predella istoriata ed erano inserite in una imponente cornice gotica dorata, completata da due colonne laterali con figurette di santi. Nel corso degli anni, la predella, le colonne e l’intera cornice sono andati perduti. Rimangono integre le cinque pale principali, sebbene necessitino di restauro.
Il progetto iniziale (2014) proposto e curato da R.I.C.E R:C.A., con autorizzazione e direzione della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e dalla Soprintendenza ABAP Siena-Grosseto-Arezzo, prevedeva la ricostruzione della cornice cuspidata e il ripristino delle dimensioni originarie dell’opera, ricavate dal contratto tuttora esistente. Dopo una prima fase (2014-2016) di indagini diagnostiche, ricerche e prove di pulitura con la Direzione scientifica è stato deciso di intraprendere il restauro integrale dell’opera per recuperarne l’eccellente qualità originaria, rimuovendo materiali non pertinenti, antichi e recenti, depositati sulla superficie pittorica. Il nuovo progetto comporta un cospicuo aumento dei costi preventivati. La raccolta fondi per il restauro esonera i committenti dell’opera ed è stato preso in carico in toto da R.I.C.E R:C.A in collaborazione con Art Angels Arezzo. La collaborazione è oggetto di un accordo tra le parti.

TRA BRUCIATURE DI CANDELE E UN ATTO VANDALICO

Probabilmente l’opera rimase nell’altare in fondo alla chiesa dal tempo di Vasari fino al restauro ottocentesco della Pieve, iniziato nel 1863, quando venne portata al riparo in municipio. Tornò nella chiesa tra 1880 e 1881 a lavori finiti, questa volta collocata in fondo all’abside centrale.
Nel 1916 venne nuovamente restaurata da Domenico Fiscali, il quale precisa nella sua breve relazione di aver rimosso dalla superficie dipinta “alcuni strati di vernice oleosa, fumo, cera e male fatti ristauri che tutto offuscava l’originaria intonazione”, di aver fermato le “parti sollevate d’imprimitura e coperto con tinta a tempera quanto disarmonizzava”. Alle parti dorate, inclusi i fondi oro, i pilastrini e le cornici, lavorò invece il doratore fiorentino Enrico Fracassini, asportando parte della doratura originale e ridorandone ampie zone, poi patinate per uniformare l’effetto generale.

Nel 1976 uno squilibrato tentò di appiccargli fuoco dal retro, per fortuna con modesti danni a piccole parti del supporto ligneo. Si rese quindi necessario un ulteriore restauro eseguito da Carlo Guido con carpenteria dei fratelli Nespoli, con la direzione di Anna Maria Maetzke della Soprintendenza di Arezzo. La superficie pittorica risultò drasticamente pulita con soda e quindi coperta, durante antichi restauri, con pesanti strati di vernici bituminose e colorate. Graffiti risalenti al Seicento furono riscontrati nella figura di San Donato. Altrove erano concentrati densi e fitti schizzi di vernice nera. La pulitura fu eseguita con solventi forti, abituali negli anni Settanta, oggi esclusi dall’uso nel restauro a tutela di opere e operatori. Gravi svelature e consunzioni emersero nei pannelli maggiori come nel volto del Bambino e dei Santi Donato e Matteo. Le lacune, tutte di modeste dimensioni inclusa una bruciatura di candela, furono integrate ad acquerello e quelle molto piccole con colori a vernice che nel tempo risultavano alterate. Le parti dorate furono pulite solo parzialmente.
PULITURA, STUCCATURA, RESTAURO PITTORICO

Gli strati pittorici sono stati accuratamente indagati e sono stati messi a punto materiali e tecniche per la pulitura con test a base di solventi organici, soluzioni acquose ed emulsioni. La pulitura ha proceduto per strati selettivi, scoprendo e poi asportando estese parti di residui impropri, intoccati nei restauri precedenti probabilmente come scelta prudenziale per il rispetto dell’originale. I mezzi e la consapevolezza attuali ne impongono la rimozione a vantaggio dell’uniformità del risultato finale e per la lettura dell’opera.
Questa fase è ancora in corso ed è molto lenta poiché viene condotta esclusivamente al microscopio per garantire la salvaguardia degli strati pittorici. Le estese porzioni ridorate dei fondi e delle parti strutturali saranno ovviamente conservate, ma liberate delle pesanti patinature di restauro che ne hanno molto offuscato la brillantezza.

Al termine della pulitura, le lacune, corrispondenti a cadute di colore della policromia originale, saranno stuccate in preparazione al restauro pittorico che sarà effettuato a tratteggio con colori ad acquerello e, solo in minima parte, con colori a vernice. Per quanto molto numerose, si tratta di lacune di piccole dimensioni, che non implicano ricostruzioni di parti importanti del disegno originale, ma soltanto la ritessitura delle campiture di colore per restituire continuità alla lettura dell’opera. Anche la stuccatura è condotta al microscopio, sempre nel rispetto degli strati pittorici originali. Non si interverrà in alcun modo sulle parti originali del dipinto. L’intero processo di restauro sarà documentato con rilievi tridimensionali e in alta definizione per la gestione informatica del restauro e per la successiva valorizzazione dell’opera, e reso disponibile anche in touch screen per i visitatori, da posizionare nel sito originario dopo la ricollocazione dell’opera in chiesa.